Il Santuario

mar 5, 2011

Articolo del card. Giacomo Biffi


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Categoria: Generale
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“RICORDATI CHE SEI POLVERE E IN POLVERE TORNERAI”


Vieni qui riportata la meditazione che il card. Giacomo Biffi ha tenuto durante gli Esercizi Spirituali predicati alla presenza di papa Benedetto XVI (25/2-3/3/2007). A distanza di quattro anni essa conserva ancora quella carica anticonformistica e “politicamente scorretta” che ha caratterizzato tanti suoi interventi controcorrente durante l’episcopato bolognese. Questi pensieri forti (tratti da: Giacomo Biffi, Le cose di lassù, Cantagalli, Siena 2007, pp.33-41) costituiscono pertanto una robusta e impegnativa meditazione per meglio vivere la Quaresima.


(Piergiorgio Arsuffi)



1. – La liturgia delle Ceneri, che ha aperto il tempo quaresimale, c’invita senza tanti complimenti anche a riflettere sulla nostra morte personale, e lo fa utilizzando le parole con le quali Dio, secondo la narrazione della Genesi, preannuncia i castighi che attendono Adamo dopo la sua trasgressione:
“Polvere tu sei e in polvere tornerai” (Gen 3,19).
Non è un soggetto di meditazione piacevole per nessuno; non è tra gli argomenti che giovano alla popolarità di un predicatore che si decide a trattarlo.
E si capisce: la morte è per l’uomo una disfatta totale, tutto in essa viene azzerato. Il nostro destino appare qui assimilato a quello dei bruti, sicché c’è in questa nostra fine quasi un’oggettiva irrisione nei confronti di quanto, tra le creature viventi, ci fa diversi e più nobili: la razionalità, l’amore personale, il sentimento della bellezza, l’anelito a una gioia senza offuscamenti e senza deteriorabilità.
Solov’ev nota che considerata per se stessa, “la morte livella ogni cosa e di fronte ad essa l’egoismo e l’altruismo sono parimenti privi di senso” (I tre dialoghi, Marietti, Torino 1975, p. 159); e vuol dire che l’esistenza più perversa e quella più generosa hanno la medesima conclusione e ricevono, parrebbe, la medesima ricompensa.

2. – Il gesto dell’imposizione delle ceneri, con cui la sapienza della Chiesa inaugura la Quaresima, è significante e perspicuo: ci induce con forza a pensieri austeri e gravi.
Ci richiama implacabilmente alla verità delle cose – dalla quale nella nostra superficialità siamo così spesso tentati di rifuggire – e così disperde molte illusioni dell’uomo: smentisce, per esempio, il convincimento inconscio (e irragionevole) che la vita terrena sia per noi un possesso inalienabile; sembra addirittura farsi gioco del culto ossessivo tributato alla salute fisica, quasi fosse una nuova religione capace di assicurarci una speranza illimitata e un benessere senza tramonto; relativizza la troppa fiducia e l’eccessivo entusiasmo suscitati dalle realtà fascinose del mondo, che sono anch’esse – come il nostro corpo mortale – effimere, destinate all’incenerimento e dunque a lasciarci disingannati.
La liturgia che avvia la Quaresima – a una considerazione più approfondita – allude poi all’esito di sconforto che fatalmente attende chi conta solo su di sé, sulle sue forze, sulle sue fortune; e ci fa intravedere, col simbolo della cenere, la “cultura del niente”, che è l’approdo ineluttabile di chi non si risolve ad aprirsi a nessuna luce dall’alto. Questo è un rito che, a saperlo leggere, vanifica molte nostre divagazioni e ammutolisce le nostre chiacchiere.
Ma proprio perciò – una volta che ci ha ridotti a un provvidenziale silenzio interiore – esso ci spinge a invocare l’aiuto di una misericordia sopramondana e ad appellarci a una salvezza trascendente.
Parte quindi da qui, da questo gesto, l’itinerario verso un nostro decisivo riscatto, il pellegrinaggio verso la vittoria della Pasqua; parte dal Mercoledì delle Ceneri la nostra ennesima avventura quaresimale, che è un altro tentativo della misericordia del Signore – il quale non si arrende mai – di farci avanzare finalmente sulla strada della santità.

3. – La mentalità dominante ha di fronte alla morte un atteggiamento contradditorio. Da una parte non ne vuol sentir parlare e la censura con ogni mezzo, come se il chiudere gli occhi e il distrarsi bastasse ad esorcizzare la catastrofe oscura e certa con cui ogni esistenza umana si conclude. Dall’altra parte, per bocca di qualche suo pensatore, addirittura definisce l’esistere intrinseco dell’uomo un “essere per la morte”. Così l’umanità si proibisce ogni speranza e corre incontro al disastro quasi con voluttà; in tal modo si spiega il dilagare dei suicidi e quella tipica forma di sacrificio rituale collettivo delle giovani vite stroncate puntualmente ogni fine settimana, all’uscita dalle discoteche.
Il cristiano, invece, non rifugge dal pensiero della morte. Non ha vergogna di provarne tristezza e sgomento, perché così è avvenuto al suo Maestro e Signore. Ma sa che proprio dal fatto che tutto sulla terra sembra finire nel niente, ci è data la garanzia di una vita migliore e più vera di questa: non avrebbe senso infatti nascere per morire, e l’intera vicenda dell’uomo non può essere tanto assurda.
Solo il Leopardi, nella sua logica implacabile e conseguente, ha potuto arrendersi esplicitamente all’insensatezza, quando scrive nel Cantico del gallo silvestre: “Pare che l’essere delle cose abbia per suo
proprio ed unico obbietto il morire: Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono”.
Il cristiano guarda in faccia alla morte e vede in lei una nemica – l’ “ultima nemica”, di cui parla san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15, 26) -; ma una nemica che è stata dominata e vinta dall’immolazione di Gesù, ed è anzi posta oggettivamente al servizio della nostra gioia futura.
La Quaresima non è mai separabile dalla Pasqua. L’una e l’altra esprimono insieme la drammatica bellezza del destino che in Cristo è stato pensato per noi. Tutto è annualmente ripresentato alla nostra meditazione e alla nostra dedizione esistenziale, in vista del nostro farci sempre più intimi al Figlio di Dio crocifisso e glorificato.
Ogni cosa è stata prevista e predisposta nel disegno eterno incentrato in Cristo, per farci crescere progressivamente nella conoscenza amorosa del suo mistero, e farci sperimentare la potenza della sua risurrezione, oltre che per comunicarci sempre più la forza di partecipare alle sue sofferenze, perché la nostra morte sia conformità salvifica alla sua, e si irrobustisca in noi la speranza di giungere come lui e con lui a risorgere a vita nuova.

4. – È sintomatica la cura con la quale nel mondo di oggi la morte è celata ai piccoli: ai bambini, si pensa, fin che si può non si devono dire le cose come stanno. Curiosamente si ritiene giusto e saggio prepararli alla vita e all’impatto con la realtà, censurando gli eventi naturali della vita e nascondendo la realtà ai loro occhi e alla loro facoltà di riflettere. In genere di morte oggi non si può nemmeno parlare tra persone civili, se non per allusioni ed eufemismi: sono, a ben vedere, i nuovi tabù di una umanità che immagina di essere diventata libera e spregiudicata, solo perché ha dato libera cittadinanza in ogni ambiente alle aberrazioni sessuali e al turpiloquio. Ma a questa umanità la Chiesa non teme di rivolgere l’ammonimento: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”; aggiungendo così una ragione in più all’antipatia di cui essa già gode tra le persone del mondo. Si direbbe tuttavia che anche noi ci siamo lasciati un po’ intimidire da questa interdizione sociologica: una seria considerazione sulla morte non ha quasi più spazio nella nostra predicazione. Invece, un’evangelizzazione che vuol essere davvero incisiva deve riproporre il tema con qualche vigore. Bisogna però intendersi bene. La morte non va tanto chiamata in causa a sorreggere e a giustificare l’attenzione ad una realtà extramondana, che per l’uomo “naturale” (psichicòs, direbbe san Paolo) è del tutto inverificabile. Essa deve piuttosto essere additata come lo scacco totale e irreparabile inflitto all’uomo che non sa vedere oltre la sua soglia: scacco certo, indiscutibile, verificabilissimo. Su questo dobbiamo riflettere e far riflettere. L’ipotesi dell’annientamento – e sul piano sperimentale la morte è percepita proprio così – non è solo la negazione di ogni sopravvivenza ultraterrena: prima ancora è la vanificazione di ogni valore terrestre. È la rassegnazione a vivere in uno stato di intrinseca ingiustizia, dal momento che in questa vita i conti troppo spesso non tornano e nel nulla nessun conto potrà mai essere pareggiato. È il riconoscere che non c’è motivo al mondo di distinguere il bene dal male, se tutto è ripagato allo stesso modo. È la vittoria dell’assurdo, dove il vero e il falso, la rettitudine e l’iniquità, l’egoismo e la magnanimità, l’essere e il non essere vengono assimilati. Presa per se stessa, la morte non è solo la fine della vita: è l’attestazione che tutta la vita – e dunque tutto l’uomo – è senza plausibilità e senza consistenza. La scelta dell’uomo “naturale” – che continua a cercar di sussistere per qualche aspetto in tutti noi – non è tra una vita futura, di cui egli non sa niente, e una godibile vita presente. La scelta è tra un’esistenza svuotata – e svuotata già adesso, da súbito – di verità, di scopo, di ragionevolezza, e la speranza che qualche evento venga a darci un senso e un traguardo. La morte è un fatto, e contro i fatti nessuna filosofia, nessuna ideologia, nessuna illusione estetica, nessuna determinazione volontaristica riesce a spuntarla. A un fatto soltanto un altro fatto può opporsi vittoriosamente.Solo l’avvenimento del trionfo sulla morte – cioè il fatto della risurrezione di Cristo (che è il “cuore” del Vangelo), come principio e garanzia della nostra – può salvare l’uomo dall’avvenimento della morte; vale a dire, può salvare l’uomo dalla sua invalicabile assurdità. Come si vede, il “cuore” del Vangelo di salvezza è perfettamente correlativo al “cuore” del nostro fallimento e della nostra disperazione; il progetto del Padre è risposta esauriente all’implorazione intrinseca e totale del nostro essere; la vicenda redentrice del Figlio di Dio è commisurata all’enigmatica e tragica avventura dell’uomo.

5. – In sintesi, possiamo dire che la Quaresima intende evocare una fondamentale verità sull’uomo e sul suo destino. La verità è questa: se la nostra vita non viene considerata nella sua globalità – e cioè nella sua origine, nei suoi valori, nella sua mèta ultima e trascendente – essa appare come una fiammata momentanea, che ha come unico esito un pugno di cenere. Se priviamo l’avventura umana della consapevolezza che veniamo da un Dio che ci è Padre – da cui tutto comincia -, della certezza che sotto le membra corporee pulsa una ricchezza spirituale imperitura – che il linguaggio cristiano tradizionale ha sempre chiamato “anima” -, della prospettiva del Regno eterno come nostro approdo felice, allora tutto si riduce a ben miserabile cosa.
E tutto diventerebbe assurdo e senza speranza. Anche ciò che tanto ci incanta e seduce – salute, bellezza, amore, passione, slanci creativi, entusiasmi, godimenti estetici – tutto si ridurrebbe alla fine ad un po’ di polvere spenta.
Attenzione: la cenere, sulla quale la Chiesa ci invita a meditare, non ci dice quello che l’uomo è, ma quello che l’uomo sarebbe se fosse vera la visione puramente materialistica ed edonistica della vita. La Quaresima non vuole spegnere in noi la gioia; piuttosto vuol renderci più persuasi che solo il credente può essere, logicamente e razionalmente, nella gioia. Non vuol incuterci la paura della morte, vuol incuterci la paura di un’esistenza vissuta con l’idea desolata che la morte sia l’accadimento conclusivo di tutto. In fondo, vuol solo ricordarci quanto sarebbe spiritualmente arida, concettualmente insensata, uma namente misera e sconfortante la nostra vita, se non riuscissimo a rianimare e a rinvigorire ogni giorno la nostra fede.

 

 




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